Vamping, sexting, nomofobia: queste le prime tre parole analizzate nella nostra piccola rubrica di educazione digitale sgaia curata dalla dott.ssa Boniolo di UnitiInRete. Oggi si parla di un’altra pratica molto diffusa, lo sharenting. Se il nome non vi è troppo familiare, siamo certi che leggendo l’articolo vi sarà invece subito molto chiaro ciò a cui si riferisce.

Ho visto Luca per la prima volta nel settembre 2012, attraverso un’ecografia. Era grande poco più di un fagiolo, ma il cuoricino batteva già forte!
Poi l’ho rivisto appena nato in braccio al suo papà, con accanto le ostetriche. E quanto era adorabile mentre dormiva in quella culla con appeso il suo nome e cognome, insieme alla sua data di nascita e al suo peso!
Luca ha iniziato a gattonare presto, e altrettanto a camminare. Molto precoce in tutto, e intelligentissimo! Vedeste la prima volta che ha parlato, che emozione!
Luca adora da sempre l’acqua, tantissimo! Ogni bagnetto durava almeno un’ ora, con lui che si divertiva a sguazzare nella bacinella insieme a giochini di ogni tipo.
Luca adora anche prendere gli aerei. Ha iniziato a viaggiare con i suoi genitori sin da piccolo: Londra, Formentera, Grecia, New York!
E il suo primo giorno di scuola? Quant’era dolce, vestito con camicia azzurra e bermuda in jeans come un ometto, con fare fiero, in mano Pongo, il suo peluche del cuore, e al suo fianco uno zaino più grande di lui.
Luca adora il calcio, ha iniziato a praticarlo quando aveva 6 anni presso una importante scuola calcio della sua città.
Ora Luca ha 8 anni, ed ha una pagella davvero invidiabile!

Chi è Luca? Non lo so! Non conosco personalmente né lui né i suoi genitori. Mi chiedete come faccio a sapere allora tutte queste cose di lui? Semplice: sua madre è un mio contatto su Fb, e quotidianamente, da 8 anni a questa parte, pubblica foto, video e post in cui parla di suo figlio. Luca vanta un curriculum digitale composto da circa 1000 contenuti che lo ritraggono.

SHARENTING: questo il nome usato per definire il comportamento della madre di Luca. Con questo termine (crasi di share=condividere e parenting=genitorialità) ci si riferisce alla pubblicazione sui social da parte dei genitori di materiale che vede come protagonisti i figli. Foto, video ma anche post in cui si raccontano episodi di vita dei bambini.

Immortalare ogni istante della vita di un figlio è ormai semplicissimo, grazie alle tecnologie che sono sempre al nostro fianco. L’orgoglio spinge poi molti genitori a condividere tali contenuti sui propri profili social. In fondo, si è sempre fatto così anche in passato quando si mostravano gli album di foto ad amici e parenti.

Purtroppo, però, l’azione di condividere sui social è estremamente più rischiosa, e merita quindi da parte dei genitori una riflessione approfondita prima di cedere alla tentazione di pigiare sul tasto “condividi”.

Chi vedrà quello che post? Che uso ne farà? Ho le impostazioni della privacy settate in modo sufficientemente sicuro?

Ma poi: si può davvero considerare del tutto al sicuro un contenuto pubblicato in rete?

Ormai è risaputo che purtroppo attraverso lo sharenting i genitori diventano fornitori inconsapevoli e involontari del mercato della pedopornografia. Salvare una foto, fare uno screenshot e poi ricondividerla altrove è un’azione dannatamente semplice.

Volete evitare che le foto dei vostri figli finiscano in mano a pedofili o a persone senza scrupoli? Il modo più sicuro è trattenersi dal pubblicarle, ma se proprio non riuscite a resistere, preferite foto di dettagli piuttosto che a figura intera, o riprese di spalle. Rendete i vostri figli irriconoscibili, magari applicando un’emoji che ne nasconda il volto.

Anche perchè, rischio pedofili a parte (che comunque già di per sè dovrebbe scoraggiare ogni genitore) domandiamoci anche se i bambini saranno contenti, una volta cresciuti, di sapere che avete reso partecipi della loro vita dei perfetti sconosciuti. Pensiamoci.

Se vi siete persi i precedenti neologismi analizzati, vi basterà cliccare sulla parola che più vi incuriosisce qui di seguito: vamping, sexting, nomofobia.