Un viaggio tra stampa, ceramica e visioni imprenditoriali nel cuore di Bassano del Grappa

C’è un punto preciso, a Bassano del Grappa, in cui lo sguardo si apre e capisci immediatamente perché certi luoghi non sono solo belli, ma necessari. È il belvedere di Palazzo Sturm, affacciato sul Brenta e sul Ponte degli Alpini: una prospettiva che da sola basterebbe a giustificare la visita. E invece Palazzo Sturm è molto di più. È uno di quei luoghi in cui architettura, impresa, cultura visiva e manifattura dialogano in modo sorprendentemente attuale.

Un palazzo nato per rappresentare (e raccontare) il successo

La storia comincia a metà Settecento, quando Vincenzo Ferrari, industriale e commerciante di seta, commissiona una dimora all’altezza della propria visione. Il progetto prende forma grazie all’architetto Daniello Bernardi: oltre settanta stanze distribuite su sette livelli, pensate non solo per abitare, ma per comunicare uno status, una traiettoria, un’identità.

Le decorazioni pittoriche, firmate nel 1765 dal veronese Giorgio Anselmi, parlano un linguaggio preciso: allegorie, miti, rimandi simbolici che celebrano attività economiche e ambizioni. Non è semplice decorazione, è narrazione visiva ante litteram.

Nel tempo il palazzo cambia assetto, si amplia, si trasforma. Fino al 1943, quando il barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld lo dona al Comune di Bassano del Grappa, consegnandolo definitivamente alla dimensione pubblica.


Il Museo della Stampa Remondini: quando Bassano era una “fabbrica di immagini”

Al piano terra si entra in uno dei racconti più affascinanti della storia economica e culturale europea: il Museo della Stampa Remondini.

Qui prende forma l’eredità della famiglia Remondini, protagonisti tra Seicento e Ottocento di un’impresa che oggi definiremmo globale. Producevano e distribuivano immagini, libri, carte decorate, incisioni popolari, giochi: un sistema editoriale capace di raggiungere mercati lontanissimi, costruendo un immaginario condiviso ben prima dell’era dei media contemporanei.

Le loro stampe hanno contribuito a definire l’iconografia di intere epoche: santi, paesaggi, racconti, simboli. Un vero e proprio linguaggio visivo diffuso su scala internazionale.

Il museo accompagna il visitatore dentro questo universo, con opere che spaziano dai grandi incisori europei – da Andrea Mantegna a Albrecht Dürer – fino alle produzioni più popolari, dimostrando come industria e cultura possano coincidere.

Il Museo della Ceramica Giuseppe Roi: la materia che diventa identità

Salendo al piano nobile, il racconto cambia materia ma non profondità. Il Museo della Ceramica Giuseppe Roi custodisce una delle testimonianze più rilevanti della tradizione ceramica bassanese. Le collezioni, organizzate per periodi e manifatture a partire dal XVI secolo, restituiscono la complessità di un sapere che ha attraversato secoli, con protagonisti come la famiglia Antonibon.

Qui la ceramica è tecnica, ricerca ed evoluzione stilistica. È il racconto di un territorio che ha saputo trasformare la materia in cultura, e la cultura in valore riconosciuto.

Informazioni utili per la visita

Dove si trova
Vicolo Schiavonetti 40, Bassano del Grappa (VI)

Biglietti

  • Intero
  • Ridotto (over 65, giovani 11–26 anni, FAI, Touring Club, ecc.)
  • Gratuito (minori fino a 10 anni, disabili con accompagnatore, giornalisti accreditati, guide, residenti nel Comune di Bassano del Grappa e altre categorie)

Info pratiche

  • Arrivare almeno 10 minuti prima dell’orario indicato
  • Il biglietto non è modificabile né rimborsabile
  • Documenti per riduzioni/gratuità da esibire in loco

Contatti
Per informazioni: www.museibassano.it
[email protected]
Tel. 0424 519901

Perché è Sgaio

Perché mette insieme tre dimensioni che raramente convivono con questa chiarezza: impresa, estetica e capacità di costruire immaginari.
Perché racconta una Bassano che non è solo cartolina, ma nodo produttivo e culturale capace di influenzare l’Europa.
Perché dentro queste stanze si capisce che comunicare non è mai stato solo “dire qualcosa”, ma dare forma a un sistema di senso. E forse la domanda che resta, uscendo sul belvedere, è semplice e scomoda allo stesso tempo: quanto di quello che oggi produciamo avrà la stessa forza di attraversare il tempo?

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