L’uomo ormai è in grado di salvare ma anche distruggere il pianeta in cui vive e con esso se stesso e il suo passato”: la parola a Lorenzo Quinn, autore dell’opera Support Venezia, due grandi mani che sorreggono la città più bella del mondo

Support Venezia, ovvero le mani su Venezia e anche “giù le mani” da Venezia, in un certo senso.
Questo il significato della maestosa opera che Lorenzo Quinn ha portato alla Biennale di Venezia lo scorso maggio, ammirabile da Rialto e che rappresenta due grandi mani intente a supportare Ca’ Sagredo, a metafora di quanto la città più bella del mondo abbia bisogno del supporto di tutti noi per continuare ad esistere.
Una metafora di salvezza per Venezia e sicuramente l’opera più ammirata, fotografata e di successo di questa edizione della Biennale veneziana, intitolata “Viva Arte Viva”.

Support Venezia, sì: ovvero enormi e bianche mani che dalla laguna emergono per sorreggere uno dei palazzi più significativi della città. Un’opera di straordinaria potenza artistica, legata anche al momento dell’installazione, a metà maggio scorso, quando in una notte le due grandi mani hanno solcato il Canal Grande tra lo stupore degli astanti.
Queste mani “terranno in piedi” Venezia fino al 26 novembre, in chiusura della Biennale così, solide e monolitiche.
Support Venezia sì anche perché secondo l’istituto di oceanografia Scripps di San Diego, la nostra meraviglia più grande starebbe affondando di circa 1-2 millimetri all’anno, che vanno sommati ad altri 2 millimetri rappresentati dall’innalzamento medio del livello dei
mari e al fatto che le 117 isole della laguna se la passerebbero peggio. Aggiungeteci gli abitanti, le migliaia di turisti quotidiani e gli eventi meteo estremi registrati negli ultimi anni e la paura potrebbe concretizzarsi.


Ecco perché ho deciso di incontrare Lorenzo Quinn, straordinario artista, scultore e attore che è stato capace di sintetizzare così bene quello che tutti noi, cittadini della Terra delle Meraviglie e del mondo in generale, dovremmo fare per la nostra amata Venezia.

Support Venezia: l’intervista a Lorenzo Quinn

Support Venezia è un progetto nato l’anno scorso, durante la festa per i miei 50 anni a Ca’ Sagredo: guardavo dalla terrazza il Canal Grande e immaginavo due gigantesche mani protese verso questo palazzo storico, testimone della lunga storia di questa città, a proteggerlo dal flusso di marea. Volevo generare una istintiva e immediata consapevolezza dell’impatto dei cambiamenti climatici su luoghi fragili come la città di Venezia: mi sembrava giusto che fossero mani giovani, di un ragazzino (il modello è stato mio figlio Anthony che ha undici anni) perché solo se noi e i nostri figli salviamo i luoghi che testimoniano il passato possiamo trasmettere questa eredità a chi verrà dopo di noi.
Allo stesso tempo, mi sono accorto mentre realizzavo l’opera che queste grandi mani potevano anche destare un senso di allarme, proprio perché sono giganti rispetto al Palazzo di Ca’ Sagredo. Anche questo è un concetto che secondo me vale la pena trasmettere e cioè che l’uomo ormai è in grado di salvare ma anche distruggere il pianeta in cui vive e con esso se stesso e il suo passato

Come sono state create, trasportate e fissate le ormai celeberrime “braccia” dell’installazione?
Ogni scultura è realizzata in materiale plastico espanso riciclato ed è sostenuta internamente da una colonna metallica, saldata ad una base circolare si spessore 25mm. Entrambe le sculture sono cave nella parte bassa per consentire l’attacco alle strutture di fondazione e ridurre al minimo la spinta della massa d’acqua circostante.
La loro base metallica di ognuna delle due mani si collega a una seconda base metallica circolare infissa su 4 pali metallici. Questi pali, infissi nel fondale del Canale, sono muniti sulla loro estremità inferiore di una elica che ha permesso di posarli mediante infissione a rotazione – sono stati progettati e realizzati ad hoc perché dovevano sostenere il peso delle mani (ognuna delle quali si aggira intorno alle 2 tonnellate), resistere agli agenti atmosferici e alle sollecitazioni provenienti dall’acqua della Laguna.
Per trasportare i pali abbiamo usato un pontone di oltre 10 metri come pure per trasportare le mani, mentre per farle “calare” dall’alto in modo da far combaciare le due basi metalliche, abbiamo usato un mezzo dotato di braccio meccanico.
Per installarle abbiamo anche dovuto levare tutti i pali che delimitavano gli stazi delle gondole davanti allo spazio acqueo di cui avevamo bisogno e, dopo il montaggio della scultura, abbiamo dovuto rimontarli in parte nel posto di prima e in parte in altra posizione. Il tutto tenendo presente la rotta dei vaporetti di linea, le regole per il traffico acqueo del Canal Grande, le necessità dei gondolieri (che sono stati veramente collaborativi).
Naturalmente tutti questi spostamenti in Canal Grande, vicino a una fermata del vaporetto di linea e alla rotta della gondola che fa da traghetto fra Ca’ Sagredo e Rialto Mercato avevano bisogno di tutte e autorizzazioni tecniche degli enti competenti e di battelli appoggio per la sicurezza. Insomma è stato uno sforzo logistico non da poco, anche perché abbiamo dovuto seguire l’andamento dell’alta e della bassa marea: quando era alta, anche se in fase calante, l’opera “galleggiava” sull’acqua e la squadra di lavoro non riusciva a farla poggiare sui pali

Alla luce dell’opera Support Venezia, fin dall’inizio capace di raggiungere un largo pubblico anche grazie ai social network, dal tuo punto di vista l’arte può ancora essere determinante per sensibilizzare il pubblico nei confronti di tematiche importanti che hanno a che fare con il futuro del mondo?
Assolutamente sì e la prova è proprio la reazione della gente che ha visto e commentato “Support” sui social. Sono proprio le migliaia di post e commenti sull’opera che provano senza alcun dubbio che l’arte ha delle grandissime possibilità di veicolare dei messaggi importanti al grande pubblico.
Naturalmente non è facile trovare il “tasto” giusto, cioè un argomento che sia effettivamente compreso da persone di cultura, gusti, livelli di istruzione diversi. In questo senso, e credo sia stata la fortuna di “Support”, mi ritengo molto fortunato perché la mia opera si è trovata al posto giusto nel momento giusto, quando nuovamente si ricominciava a parlare della necessità di salvaguardare l’ambiente

Support Venezia: l’intervista a Lorenzo Quinn

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Parliamo del tuo legame con Venezia, con la Biennale e con l’Italia:
Purtroppo mi sento senza patria: non è una mia scelta ma ho vissuto in troppi posti per poter considerare uno di questi come “patria” e per essere considerato “uno del posto” dai luoghi in cui sono vissuto. Adesso, con grandissima soddisfazione, scopro che ho addirittura tre patrie, l’Italia, la Spagna e l’America: ognuna mi considera un suo cittadino e io ho automaticamente acquisito tre patrie!
Detto ciò, io adoro l’Italia: è la culla dell’arte e il Rinascimento è per me una fonte di ispirazione. Sono cresciuto a Roma, un vero e proprio museo vivente, e questo certamente mi ha influenzato – sono proprio le opere degli artisti italiani del Rinascimento che mi hanno spinto a voler fare l’artista. Come potrei non amare l’Italia?
Ma con Venezia ho sempre avuto un legame diverso, maggiormente orientato dagli affetti famigliari a cui sono legati moltissimi ricordi della città allegri e tristi: dai primi viaggi con i miei genitori per visitare la famiglia veneziana ai diversi funerali, al matrimonio con mia moglie (veneziana), alla festa per i miei 50 anni. Questa città è stata un punto di riferimento nella mia vita e trovo interessante vedere che dopo 50 anni la mia scultura più famosa è quella presentata a Venezia

Come nascono le tue opere e, in particolare, come realizzi le tue grandi sculture?
Prima decido di cosa voglio parlare e poi come voglio parlarne; a questo punto comincio a scrivere e dallo scritto ricavo delle immagini ispirandomi agli aggettivi che ho scritto: ho bisogno della scrittura come scintilla che inneschi la fase creativa della mia immaginazione. Questo mi accade anche per le opere commissionate: il cliente deve scrivere qualcosa che mi aiuti a ispirarmi.
Quanto alla creatività, posso dire che la mia è come l’acqua della laguna di Venezia, ha delle fasi di “alta marea” e altre di “bassa marea” e quando, dopo un periodo di grande produttività, vedo arrivare la fase di “bassa marea” è sempre un problema perché non so quando tornerà la fase creativa – a differenza della laguna veneziana, il cui l’andamento è più prevedibile.
Per la parte di realizzazione dipende molto dal materiale finale dell’opera, se c’è bisogno di fare uno stampo oppure una fusione a cera persa. In genere parto da una versione piccola che faccio con le mie mani e che poi digitalizziamo con il mio staff in 3D per poi ingrandirla nelle dimensioni volute.
Un’opera come “Support” ad esempio nasce come modello piccolo poi digitalizzato in 3 D e ingrandito – ma il risultato finale di questo processo porta solo a uno sbozzo del’opera, montato sull’intelaiatura di metallo. Quindi, con l’aiuto del mio staff, ho rifinito a mano i dettagli; poi l’opera è stata coperta di resina protettiva


Mani e braccia sono tra i marchi distintivi della tua arte: c’è un particolare motivo che ti porta ad essere così focalizzato sulla rappresentazione di queste parti del corpo all’interno del processo creativo?

Ho sempre visto le mani come lo strumento più potente a disposizione dell’umanità: possono creare e distruggere, irradiare amore oppure odio. Per questo, le considero un vero e proprio simbolo delle potenzialità della nostra specie, che può salvare il mondo ma anche distruggerlo – e autodistruggersi con esso.
Sono anche affascinato dal fatto che il gesto di due mani, anche rappresentate da sole, è in grado di esprimere un numero pressoché infinito di concetti.
Dal punto di vista tecnico, sono stato da sempre attratto dalla sfida di riprodurre le mani umane, perché sono il nostro elemento anatomico più complesso da rappresentare – quindi ogni mia nuova idea e ogni mia nuova scultura è anche per me un nuovo traguardo tecnico da raggiungere

Cosa significa essere artisti oggi, tra genialità, manualità, esperienza, talento e la capacità di gestire anche gli aspetti meno creativi, legati alla comunicazione?
Io devo dire che sono molto fortunato, perché ho una equipe attorno me veramente fantastica e capace di gestire questi aspetti – se non ci fossero stati loro non avrei potuto seguire il ritmo richiesto dai social media. Questi strumenti sono una grandissima opportunità per l’artista perché può parlare in prima persona a una platea di miliardi di amanti dell’arte, ma richiedono che l’artista sia affiancato da una equipe che lo aiuti a seguire il ritmo molto veloce richiesto da questo mezzo di comunicazione. Anche il resto del lavoro non può essere fatto da solo: la fonderia di Barcellona che uso per le mie opere ha uno staff di 65 persone, lo staff di quella di Madrid che uso sovente ne conta 50, poi ho la fortuna di essere seguito dalla Halcyon Gallery e in ufficio da me lavorano in 6… Io mi diverto a interpretare i miei sogni perché dietro di me ci sono tutte queste persone che lavorano duro!

La tua storia ha radici nelle arti, dal cinema alla moda, dall’arte al teatro: quanto pensi che questo contesto abbia influito nel tuo percorso artistico?
Mah, io ho 13 fratelli e sono l’unico che ha seguito questa strada. Sono profondamente convinto che il contesto importi fino a un certo punto, ci sono molti artisti contemporanei (Murakami, Hisrt, Koon…) che non mi risulta abbiano avuto un contesto familiare legato all’arte e comunque hanno deciso di fare gli artisti…

Dove vedremo le opere di Lorenzo Quinn in futuro?
Ho tanti programmi perché sto seguendo numerosi incarichi, dall’America alla Russia, poi ho inaugurato una mostra in Spagna e una molto grande in Cina – e parallelamente sto seguendo una grande installazione, delle dimensioni di “Support”, a Miami, che si intitola “Dream Catcher”.
In più nel prossimo futuro installeremo l’opera che ho donato alla città di Venezia e che si chiama “Stop Playing”: un’altra scultura sul tema del problematico rapporto fra uomo e ambiente.
Per me, una delle cose più difficili dopo aver fatto una cosa così importante e visibile come “Support”, è pensare a cosa fare dopo. Sono cosciente del fatto che, se mi focalizzo solo sullo scopo di fare qualcosa di più importante o che colpisca maggiormente l’attenzione, rischio di fallire e perciò continuo a lavorare come ho lavorato prima di questa installazione!

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